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La prima chiesa (XII - XIV secolo)

Quando la collina di S. Lucia si chiamava Monte Antiniano

 

Le terre collinari intorno a Cesena erano da secoli di proprietà dell’Arcivescovo di Ravenna, personalità autorevole e di grande influenza in tutto il mondo cristiano, politico ed economico. Ravenna controllava la zona collinare cesenate attraverso un sistema di castelli che andava da Roversano a Sorrivoli. Il castello di Roversano era il primo e più importante: vi vivevano anche più di mille persone, aveva due chiese, una guarnigione e aveva fama meritata di castello imprendibile per la sua struttura e per i suoi abitanti, combattenti coraggiosi e determinati. Gli altri castelli - fra i quali Saiano, Diolaguardia, Monte Cavallo, Ardiano, Lastagnano, Sorrivoli - erano disposti sulla sommità delle colline, a vista uno dell’altro e dunque in grado di comunicare velocemente fra loro.Alla fine del XII secolo nella zona di S. Lucia c’erano due castelli: uno era sulla Cullina Grecorum (Collina dei Greci), così chiamato probabilmente perché ospitava una colonia di Bizantini (oggi la località si chiama ancora Collina, ed ospita un agriturismo e bei vigneti), l’altro era il Castrum Lastagnani che stava su Monte Lorenzone. Tra i due castelli c’è la collina dove ora sorge S. Lucia: pur essendo un luogo eminente non aveva ne avrà mai in futuro un castello; la collina si chiamava Monte Antiniano, toponimo tipicamente romano, da Antinius, segno di un precedente insediamento di provenienza romana.Nel 1231 è documentata l’esistenza di una chiesa su Monte Antiniano: nella pergamena n. 5181 dell’archivio arcivescovile ravennate è contenuto un atto notarile nel quale vengono cedute sei pezze di terra nel Monte Antiniano; nella descrizione dei confini è citata la Ecclesia Antignani, senza dedica ad un santo specifico.L’esistenza della chiesa è poi confermata in pergamene del 1238, 1248, 1264, 1265. Alla fine del 1200 la chiesa di Antiniano ha un prete rettore che viene esplicitamente segnalato in alcuni documenti del 1291 e del 1300: si chiama Bonfillus o Bonfiglus ed è un presbitero.La chiesa di Antiniano dunque è sul colle fra due castelli, appartiene al territorio di Roversano ma non è collocata in mezzo ad un’area di sua pertinenza: è invece proprio sulla linea di confine. Questi elementi portano a pensare che il luogo fosse riconosciuto soprattutto come luogo sacro e la chiesa svolgesse un ruolo di chiesa “esterna” alle piccole chiese ubicate dentro ai castelli. E’ tuttavia sicuramente un luogo e territorio ospitale: infatti quando nel 1196 crolla, non si sa per quale motivo, il castello di Cullina Grecorum, tutti gli abitanti della Collina si spostano su Monte Antignano e per un lungo periodo, tanto che vennero redatti degli atti notarili per regolarizzare i trasferimenti abitativi e la coltivazione dei terreni. Cesena è ostile ai castelli.

Il comune laico di Cesena mal sopportava questo accerchiamento ravennate e cercò più volte di aprirsi un varco in particolare nella prima metà del 1200, periodo in cui Cesena puntava ad estendere il suo dominio sia in pianura che in collina.Ma se in pianura riuscì a sottomettere le varie realtà, per lo più ville, cioè villaggi, poco fortificati, arrivando fino a Cervia, trovò invece molto più ostici i castelli fortificati in collina.Per esempio qualche anno dopo il 1220 un certo Artinisio, con un pugno di uomini armati, mise in qualche modo le mani sul castello e il territorio di Lastagnano (probabilmente anche di Monte Antignano) ma l’arcivescovo di Ravenna Simeone portò la questione in tribunale e si riprese il castello con tutte le terre occupate. A quei tempi era difficile mettersi contro l’Arcivescovo di Ravenna, una potenza territoriale così significativa che nel 1220, il 5 ottobre, l’imperatore Federico II confermò alla chiesa di Ravenna il possesso di Roversano e quindi dell’insieme dei castelli della zona e il papa Gregorio IX in un documento del 10 dicembre 1228 confermò tutti i beni della chiesa di Ravenna nel territorio episcopale di Cesena, e cioè i castelli di Sorrivoli, Monte Aguzzo, Saiano, Lastagnano, Oriola, Diolaguardia, Ronco Frigido, e naturalmente Roversano.

Un’ attrazione economica di Antignano-Lastagnano

Ci si chiede che cosa, oltre il controllo politico e sociale del territorio, potesse attrarre conquistatori o tentativi di conquista di una terra come quella di Lastagnano/Monte Antignano e dintorni, di dimensioni ridotte e con poca popolazione (nei censimenti è sempre fra i territori più piccoli del Cesenate con 5 fuochi, poco più di una ventina di persone). Ma un censimento, a cavallo del 1600, delle culture di tutto il territorio di Cesena e del loro valore ci chiarisce uno dei motivi di attrazione: il buon vino. Già in quei secoli avevano scoperto l’importanza di questi terreni per coltivare vigneti. Ma con un aspetto interessante. Lastagnano e successivamente S. Lucia primeggiavano nella coltivazione di vigneti con frasche: una cultura che dava dell’ottimo vino e che costituiva il 75-80% di tutta la produzione agricola di Lastagnano. In questo prodotto e con questo sistema, quando la stagione era propizia, S. Lucia si avvicinava ai valori economici dei grandi e fertili territori pianeggianti del Cesenate. Inoltre erano una ricchezza i maiali, e dei maiali in particolare il prosciutto. Nel 1235, in un atto in cui Druto Gaudenzio, vicario dell’arcivescovo Teodorico, concede a tale Benvenuto, figli e nipoti una serie di terreni sulla Collina e dintorni stabilisce in cambio il pagamento di “una spalla di porco e degli altri debiti e servizi annuali alla santa chiesa ravennate”. Sembra quasi che il vicario dell’arcivescovo tenga così tanto alla spalla di porco (o sia di così importante valore) da volerla specificata nell’atto notarile mentre il restante dei debiti vanno bene anche dichiarati in forma generica.

La fine del castello di Lastagnano.Il castello di Collina non fu ricostruito o se in parte fu ricostruito non ebbe più un ruolo di ‘castrum’: le pergamene e i documenti successivi al 1236 infatti non nominano più un castello in quel luogo.Gli anni 1239-1248 videro Federico II assoggettare la Romagna. Cesena divenne la città da cui l’imperatore controllava tutto il territorio: infatti era collocata bene, a guardia della via Emilia e della pianura, arroccata sulle prime colline, ben difesa e militarmente difficile da conquistare.Nel 1248 il papa riprese il potere sulla Romagna e dal 1278 la regione venne integrata nello Stato della Chiesa. Da questo momento il mondo cesenate vede un processo di trasformazione con un’influenza crescente e decisiva della presenza di rappresentanti e funzionari papali, chierici e laici.Non ci sono specifiche notizie del castello di Lastagnano fino al 1300: si può pensare che proseguì il suo ruolo difensivo e di protezione del territorio, all’ombra del castello ben più potente ed importante di Roversano. Nei primi anni del 1300 ci fu una prolungata carestia che determinò un parziale abbandono delle terre di collina.Questa crisi sfociò nella più grande crisi economica e demografica europea dell’epoca, determinata dalla peste tra il 1347 e il 1352 (la peste uccise tra il 25 e il 30% della popolazione europea). E’ da collocarsi in questo periodo la decadenza del castello di Lastagnano. Poco più tardi, intorno al 1360, insieme al castello di Tipano, S. Vittore, Calisese, Ronta e Diegaro, il Castello di Lastagnano fu abbattuto da Francesco Ordelaffi, signore di Cesena, per impedire che il cardinale Albornoz, (ex arcivescovo di Toledo, legato papale e capo dell’amministrazione, della giustizia e dell’esercito dello Stato della Chiesa) al comando appunto dell’esercito pontificio, avesse delle basi utili per le sue operazioni militari nella conquista di Cesena. A comandare e organizzare la difesa di Cesena in quella occasione fu una donna formidabile, Marzia (Cia) degli Ubaldini, moglie dell’Ordelaffi e per il cardinale Albornoz non fu per niente facile conquistare la città. Lastagnano nel 1371 è un piccolo villaggio.Dopo la scomparsa dei due castelli, di Collina e di Lstagnano, anche la nomenclatura del territorio si semplifica. Infatti nella “Descriptio Romandiole, del 1371” descrizione geografica e amministrativa del cardinale Angelico Grimoard, legato papale in Romagna, Lastagnano è definito “Villa” di Lastagnano cioè villaggio: è censito con 5 fuochi, separato da S. Martino in Termino, attuale Montereale, che allora fu censito con 4 fuochi. Lastagnano comprende ormai nel suo territorio anche il monte Antignano e La seconda chiesa è dedicata a S. Lucia (1450 ca-1700 ca)

 

Santa Lucia in Lastagnano

 

Il territorio di Lastagnano in questo periodo ebbe una certa crescita anche demografica pertanto quella che era la chiesa di Antignano, divenuta S. Lucia di Lastagnano, accrebbe la propria influenza sul territorio. In un documento del 1473 venne stabilito di unire le due chiese di S. Pietro di Roversano e di S. Lucia di Lastagnano in una sola parrocchia.Nel 1487 fu redatto un documento di straordinaria importanza, il “liber custodiarun castrorum”, il libro delle “custodie dei castelli e dei villaggi di Cesena”. Le ‘custodie’ furono una forma di tutela civile: i territori fuori dalle mura della città, suddivisi in estensioni da circa 10 ‘fuochi’/famiglie, dovevano dotarsi di un servizio di vigilanza delle terre e dei prodotti.E così, il 13 agosto del 1487, due incaricati dal comune con compiti notarili cavalcarono nel territorio di Lastagnano e lo definirono in tutti suoi confini, registrando ogni dettaglio sul libro suddetto. In questo libro la chiesa di S. Lucia è chiaramente collocata geograficamente sopra al Trivio Manna, il trivio che tutt’ora è ben individuabile circa trecento metri prima della chiesa venendo da Roversano. Il nome della località Antignano è ormai scomparso, sostituito dalla chiesa di S. Lucia che, Collina (ex Collina dei Greci).sotto la giurisdizione della parrocchia di S. Pietro in Roversano, è punto di riferimento per tutto il territorio. Di qui il nome di Santa Lucia in Lastagnano.

Roversano e S. Lucia: una storia con molti aspetti in comuneNegli anni fra il 1473 e l’inizio del 1600 le vicende di S. Lucia in Lastagnano si legano strettamente alle vicende di Roversano. Nella parrocchia si succedono diversi parroci, nominati con lettere apostoliche e bolle papali, e diversi vicari del castello. I parroci sono nominati dal Vescovo di Cesena, in alcuni casi dall’Arcivescovo di Ravenna, e comunque la nomina viene ratificata da Roma data l’importanza del castello di Roversano, sede di prestigio politico, economico e di controllo territoriale.Da un componente della famiglia Cacciaguerra, che è sempre più influente su Roversano, nella località Villa di Castione viene eretto un oratorio e un ospedale con due grandi stanze (1481-1488) per ospitare poveri e pellegrini bisognosi. Nel 1483, il terremoto dell’11 agosto fa crollare parte della mura di difesa e rade al suolo il palazzo pubblico di Roversano uccidendo il vicario del castello; non sono segnalati danni nel territorio di Lastagnano e alla chiesa di S. Lucia. All’inizio del 1500 la famiglia Cacciaguerra è già la più importante di Roversano. Nel 1550 il papa rende autonomo da Cesena il Castello di Roversano, lo eleva a contea e nomina conte il chierico Cristoforo Cacciaguerra che era stato con lui in conclave; nel 1568 la bolla papale conferma i Cacciaguerra conti di Roversano con diritto di successione ereditaria per linea maschile.Durante tutto il 1600 nel territorio della parrocchia di S. Lucia, unita a quella di Roversano, si celebrano tre feste: S. Pietro, S. Lucia, S. Bartolomeo. Vengono eretti campanili a due colonne sulla chiesa di S. Pietro e su quella di S. Lucia a testimonianza di una certa importanza anche di questa chiesa che era larga m. 5 e lunga m. 9 ed aveva due altari; il campanile a due colonne era alto 10 piedi (poco più di tre metri) e aveva una buona campana “di bel suono” datata 1660 di 150 libbre (70 kg. ca).Nel 1661, il 22 marzo, il terremoto colpisce duramente Cesena provocando gravi danni a diversi palazzi, compreso quello comunale. Roversano viene quasi rasa al suolo: crolla la cinta muraria, la chiesa di S. Pietro e la canonica. Non sappiamo se e quanto ne risentì anche la chiesa di S. Lucia. La chiesa di S. Pietro nel 1664 viene ricostruita e nel 1689 incorpora anche l’altra chiesa di Roversano, quella di S. Giorgio, povera e cadente. Le tre chiese unificate, S. Pietro, S. Giorgio, S. Lucia, creano non poche difficoltà al parroco, sia per l’ampiezza del territorio che per il numero delle persone: nel territorio di Lastagnano c’è stato un aumento demografico e ci vivono ormai diversi nuclei famigliari.

 

S. Lucia in Lastagnano diventa parrocchia autonoma

 

Nel 1703, il 21 aprile, il vescovo Fontana divide S. Lucia da S. Pietro e ne fa una parrocchia autonoma. Il primo rettore della chiesa parrocchiale di S. Lucia è don Michele Francesco Francini. In quegli anni la parrocchia è composta da una trentina di famiglie (circa 150 persone). Nel 1747 il vescovo Orselli la dichiara Priorato – quindi il parroco ha il titolo di priore- perché nella chiesa è stata organizzata una Compagnia della Madonna della cintura. Nella chiesa tuttavia non c’è battistero (i bambini si portano a battezzare a Roversano) e durante la quaresima non si predica.Nell’ultimo decennio del 1700 la chiesa versa in pessime condizioni e minaccia di cadere.

All’interno l’altare maggiore era dedicato a S. Lucia, mentre dei due altari laterali, quello a destra guardando dall’ingresso inizialmente era dedicato alla Madonna della cintura ed aveva nella nicchia la Madonna che fu poi spostata a fianco dell’altare maggiore e al suo posto Don Onofri vi pose un quadro ad olio con dipinti S. Carlo, S. Donino e S. Lucia che fa parte della collezione della diocesi di Cesena, copia del dipinto di Savolini presente in S. Domenico raffigurante S. Carlo, S. Donino e S. Agata.L’altare opposto, patrocinato dalla famiglia Giulj, dedicato a S. Antonio da Padova, aveva di questo santo una pregevole statuetta settecentesca in terra cotta, di proprietà della stessa famiglia. Sul muro invece don Onofri aveva posto una tela ad olio con sopra S. Aldebrando, S. Pietro M., S. Lucia e la Concezione: di questo dipinto al momento non si è trovato traccia. Riguardo alla parte dello stabile della canonica posto a nord, Don Navacchia scrive nel suo inventario che “…è di antichissima data…” Questa affermazione trova conferme in documenti precedenti anche di qualche secolo. Pertanto i due archi e i muri sotto la ex sacrestia, riportati alla luce dal restauro, potrebbero essere la testimonianza dell’antico insediamento, forse parte della antica chiesa.

Nel 1865 don Augusto Navacchia ultimò i lavori di ricostruzione del campanile iniziati nel 1863: la realizzazione avvenne a spese sue e dei parrocchiani che fecero fondere a Bologna tre campane da Clemente Briganti, poi benedette in cattedrale dal cardinale vescovo di Cesena l’11 settembre dello stesso anno. Le tre campane si aggiunsero alla quarta e il 13 dicembre dello stesso anno, festa di S. Lucia, furono suonate a distesa più volte.

Ringrazio Claudio Riva per la consultazione e organizzazione dei documenti di Cesena, in particolare regesti ed inventari dell’archivio vescovile: a lui devo anche bibliografie e importanti informazioni sul contesto cesenate.Riguardo all’architetto Leandro Marconi ringrazio Piero Savini e i suoi preziosi orientamenti.Ringrazio Maurizio Abati che delle molte pergamene dell’archivio arcivescovile di Ravenna mi ha messo a disposizione regesti e traduzioni di quelle che si riferiscono al territorio di Roversano - S. Lucia. A lui devo la documentazione sui momenti più antichi e il quadro geografico della storia del territorio.

L’attuale chiesa di S. LuciaFu costruita tra il 1801 e il 1818 su progetto dell’ Arch. Leandro Marconi. Nel 1798 alla morte del priore don Giovanni Bagnoli i parrocchiani di S. Lucia si rivolsero al vescovo card. Bellisomi che prese atto della situazione e affidò la chiesa ormai cadente all’economato per essere rifatta.Don Giacomo Onofri di Tipano, responsabile dell’economato, chiese il progetto per la realizzazione della nuova chiesa a Leandro Marconi (Mn.1763 – Bo.1837), figura originale di architetto, scultore e pittore che, già a Mantova, poco più che ventenne, aveva espresso le sue qualità di raffinato pittore di prospettive nella chiesa di S. Andrea e nella cappella del SS.mo Sacramento della cattedrale. A Cesena si era trasferito nel 1793, a 30 anni e vi rimase fino al 1803, contribuendo al rinnovamento dei modelli architettonici nell’edilizia privata e realizzando importanti edifici religiosi come la chiesa dell’Osservanza: tutte realizzazioni neoclassiche “addolcite da una sensibilità pittorica ancora memore del rococò nella cromia, nella morbidezza dei passaggi, nella pennellata briosa“ (Piero Savini).Sono riportate nei manuali di architettura e citate nelle enciclopedie le sue originali soluzioni di scale realizzate in alcuni palazzi di Cesena, in particolare a palazzo Guerrini Bratti e palazzo Ghini in via Chiaromonti e poi nella casa Zarletti. Anche i progetti elaborati per la città e non realizzati, come nel caso del teatro sull’area del foro annonario o del complesso del ginnasio e della biblioteca, sono oggetto di studio ancora oggi e testimonianza della sua capacità di fare dialogare strutture neoclassiche con soluzioni innovative e funzionali all’allora contemporaneità.Per la chiesa di S. Lucia Leandro Marconi propose un progetto classico di pregevole equilibrio e bellezza nella definizione dei volumi, delle cornici, delle lesene, delle volte diverse fra loro, dei finestroni semicircolari e inscritti agli archi, delle due piccole cappelle all’ingresso.Realizzò il disegno su due grandi quadri che Don Onofri espose in canonica e lì rimasero per qualche decennio. Nel 1801 iniziarono i lavori e nel 1802 i muri della chiesa erano realizzati fino al tetto compreso. La chiesa fu messa in funzione nonostante la facciata fosse senza l’intonaco e l’interno fosse tutto da fare: il pavimento era di terra, non c’erano volte, cornicioni, cappelle, sagrestia. Dei cinque finestroni tre erano tamponati completamente mentre due, tamponati parzialmente, erano muniti provvisoriamente delle finestre della vecchia chiesa. Il 5 giugno del 1802, giorno di Pentecoste, la chiesa fu benedetta dal canonico Aguselli con l’autorizzazione del card. Bellisomi, vescovo di Cesena. Nella chiesa fu posta la reliquia di S. Lucia, proveniente dalla vecchia chiesa, reliquia che era stata autenticata dal Vicario generale Casali il 12 dicembre del 1794. Il campanile, cominciato e non finito, aveva la sola campana della chiesa precedente, quella datata 1660, che pesava 150 libbre. Ci vollero 16 anni (1802-1818) per completare la chiesa di S. Lucia, come fu scritto sulla tavola di legno andata distrutta e che era posta sopra il portone interno della chiesa:

 

D.O.M

Ad honorem Sanctae Luciae

Jacobus Onofricus Curia

Templum hoc quod a fundamentis erexerat

Ab Aloijsio Agusellio Canonico

Iussu D. E. Carolo Bellisomi Card.

Episcop. Caesen.

Rite Expiatum anno MDCCCII

Absoluendum curavit

An. MDCCCXVIII

 

In realtà nel 1818 la chiesa era stata completata solo parzialmente: erano completati il pavimento in cotto, le volte e le cornici, i due altari laterali oltre all’altare maggiore. Il campanile era piccolo e a vela. Mancavano le due cantorie, la sagrestia, la cappelletta alla destra dell’ingresso per chi entra era murata.Quegli anni di inizio ottocento furono anni difficili: il passaggio e il successivo governo napoleonico soppressero chiese e conventi. E’ storia popolare il racconto di come venne salvata da sicura razzia la stupenda e preziosa Biblioteca Malatestiana. S. Lucia divenne un luogo ‘di rifugio’: si ritrovarono a vivere anche dieci preti.Le risorse finanziarie per terminare la costruzione della chiesa, già ristrette, vennero a mancare.Dovettero trascorrere oltre quaranta anni prima che venisse completata la chiesa conle due cantorie e la sagrestia che furono realizzate solo dopo il 1858 dal parroco don Augusto Navacchia che rifece anche l’intonaco della facciata, quasi completamente caduto, e ristrutturò la canonica realizzandola in gran parte come è attualmente. E’ ben comprensibile in questo contesto perché in alcuni documenti dell’archivio vescovile di Cesena sia riferita qualche disapprovazione di Leandro Marconi sui lavori di S. Lucia: l’architetto non vide mai la sua opera compiuta (morì nel 1837), e quindi ebbe sotto agli occhi una chiesa con i finestroni tamponati, senza le cantorie, senza sacrestia, con intonaci che per la povertà dei materiali già una decina di anni dopo l’inaugurazione erano cadenti, una cappelletta murata, un campaniletto a vela provvisorio.L’inventario di don Navacchia del 1858 offre un quadro della S. Lucia di quell’epoca.La nuova chiesa era stata costruita occupando anche il cimitero, pertanto un piccolo cimitero fu realizzato nel 1819 davanti alla chiesa: povero, senza muri e recinzioni, circondato dai rovi, e lì rimase, fino a quando nel 1865 fu ultimato ad opera del comune di Cesena l’attuale cimitero che si trova a circa 100 metri a nord della chiesa. All’esterno della chiesa i lati ed il retro non furono mai intonacati.

 

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